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I giovani della FGCI di Roma incontrano i giovani del PSUV |
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In questi giorni la Federazione Giovanile dei Comunisti Italiani ha avuto il piacere di ospitare a Roma, e in altre città italiane, il dirigente dei giovani del PSUV (Partito Socialista Unitario del Venezuela) Daniel Tellis, che per il partito si occupa, attraverso la Commissione di Formazione, della scuola e dell'università. Daniel, appena atterrato a Roma, è stato pretestuosamente trattenuto dalle forze di polizia di frontiera che l'hanno interrogato sui motivi della visita, su dove avrebbe alloggiato e per conto di chi fosse venuto. Queste due ore nel commissariato di polizia gli hanno consentito di capire sin da subito il clima politico che si respira nel paese, clima politicamente (ma non solo) razzista e autoritario. Nel corso del soggiorno ha avuto la possibilità di notare alcuni aspetti dello stato del Paese. Le cose che lo hanno colpito di più sono state: la noncuranza dello Stato riguardo i meno abbienti, la condizione dei senza fissa dimora e il numero delle persone costrette a mendicare. Gli abbiamo spiegato che tutto ciò in Italia è stato appaltato, per lo più, ai servizi “caritatevoli” della Chiesa Cattolica e pagati dallo Stato e dai contribuenti attraverso fondi come l’otto per mille che spesso non giungono alla destinazione sperata. Lui, invece, ci ha spiegato come gli ammortizzatori sociali diffusi in Venezuela diano la possibilità a tutti di comprare, attraverso una carta data dallo Stato, i generi di primaria necessità. Lo Stato ha, inoltre, obbligato le imprese a pagare un salario minimo garantito e dignitoso a tutti i dipendenti. Lo Stato sociale venezuelano, sotto il controllo dei cittadini, attraverso le assemblee territoriali e il Ministero del Potere Popolare, gestisce tutta la rete di aziende statali che garantiscono, ad esempio, trasporti a basso costo e la formazione gratuita per tutti (comprese le mense, i libri, e la formazione universitaria statale). Tutto ciò è stato regolamentato in questo periodo in cui il governo di Chavez ha fatto approvare la “Ley Organica de Educacion” che stà già da tempo dando i suoi frutti, riducendo sensibilmente la percentuale di analfabeti e, quindi, innalzando il livello di istruzione del paese che ha, quindi, raggiunto il traguardo di alfabetizzazione minima imposta dalle Nazioni Unite per i paesi dell’America Latina. Il Compagno ci ha anche parlato della fase di transizione che sta portando il PSUV al processo unitario dei partiti e delle formazioni politiche progressiste e bolivariane voluto da Chavez. Egli, facendo parte del partito comunista, ci ha potuto spiegare quali sono le contraddizioni all’interno di una società che sta facendo i conti con un lento e progressivo percorso verso il socialismo. Esistono infatti ancora nel paese aziende, scuole ed università private oltre a formazioni politiche riformiste che gestiscono la transizione. Il Compagno ci ha, inoltre, parlato del processo di collaborazione economica e politica che sta portando i vari paesi dell'America Latina verso un progressivo sviluppo economico attraverso un sistema di "Socialismo transcontinentale". Stati come il Venezuela, il Brasile, la Bolivia, L’Ecuador, l'Argentina e Cuba hanno creato enti sovrannazionali con i quali gestiscono i loro rapporti politici ed economici e i quali gli permettono di effettuare scambi commerciali senza usufruire del denaro, ma semplicemente barattando le loro eccellenze. Ad esempio Cuba invia negli altri paesi i suoi efficientissimi medici, che instaurano ovunque un sistema sanitario di prim'ordine che si occupa non solo di cura ma anche, e soprattutto, di prevenzione e formazione di nuovi medici in cambio del petrolio nazionalizzato venezuelano. Noi da parte nostra siamo rimasti sorpresi per la semplicità e la schiettezza con cui il Compagno affronta la politica del suo paese, un paese dove l'autorganizzazione popolare sta scrivendo una nuova e importante pagina della storia del socialismo. E' stato stupefacente per noi sentire con quanto animo e quanta dedizione il rappresentante di un popolo importante e fiero come quello venezuelano si dedichi a fare in modo che tutti possano e, soprattutto, abbiano la voglia di partecipare e di pesare in questa fase storica. Quella che abbiamo respirato grazie alle parole del Compagno è stata una ventata di fiducia nelle lotte che, con un pò di fatica, continuiamo a portare avanti per raggiungere il fine di quel mondo diverso e possibile di cui qualcuno prima di noi ha parlato e che nel Venezuela si sta realizzando... Matteo Gigante Elena Loche "Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti 'in una volta' e simultaneamente, e ciò presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica. Il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti." Questo scriveva Marx nel 1846, nell'Ideologia tedesca, e questo noi cerchiamo di portare avanti ogni giorno. Ed a quest’idea dell'unione dei popoli come unica soluzione per permettere lo sviluppo del comunismo che si lega l’esperienza che noi compagni campani abbiamo portato avanti, grazie all’iniziativa promossa dal compagno Fabio Avolio e dal Prof. Vittorio Mazzone: “Grupo de Solidaridad Mediterraneo-Venezuela”. Con il compagno venezuelano Daniel Tellis, in visita in Campania per quindici giorni, abbiamo incentrato il confronto su due principali temi: le differenze tra l’organizzazione scolastica e universitaria venezuelana e quella italiana, e la cultura popolare venezuelana, il modo in cui il suo popolo si rapporta al marxismo, alla politica, alla quotidianità, e soprattutto il modo in cui la rivoluzione è stata portata avanti attraverso gli anni. La discussione sulla tematica giovanile per eccellenza, l’organizzazione scolastica ed universitaria, si è svolta presso il Circolo di Rifondazione Comunista di Afragola (NA) alla presenza, oltre che di noi compagni della FGCI e dei Giovani Comunisti, dei Giovani Democratici e della giovanile dell’Italia dei Valori. Questo è il verdetto che ci consegna il compagno venezuelano Daniel Tallis: una scuola alternativa? Si può fare. La nostra idea di partecipazione politica sociale e popolare nella scuola coincide perfettamente con l’attuazione del progetto di questi compagni del Venezuela. La loro storia non è semplice, ma la loro forza deve essere un esempio per noi, la scuola non è una trasmissione di contenuti disciplinari che avviene dal professore all’alunno, ma partecipazione, integrazione, unificazione umana e sociale. Il governo rivoluzionario venezuelano si propone di attuare il socialismo, portarlo avanti e compiere la svolta socialista definitiva. Ci stanno riuscendo, l’università e la scuola sono un esempio. Daniel ha parlato di un processo di trasformazione in senso socialista della scuola, in che modo? Compartecipazione, unione e progettualità sono parole inequivocabili che loro hanno saputo trasformare in pratica. L’università si divide in tre modalità: università privata, università pubblica/autonoma (che riceve stanziamenti dallo stato) e infine, la loro università: l’università pubblica/sperimentale. La loro iniziativa, la loro trasformazione, ha fatto sì che più di un milione di ragazzi potessero arrivare alla laurea. Prima, affermava Daniel, poco più di quaranta mila ragazzi arrivavano all’università; ora grazie alle loro lotte sono riusciti ad integrare più di un milione di persone senza avere ingenti stanziamenti, infatti l’università/autonoma riceve cinque volte il loro stanziamento. Una scuola differente è possibile, soprattutto ora, che ci troviamo a parlare di una scuola sempre più organizzata per la trasmissione tradizionale di contenuti disciplinari e che non cerca nuove modalità di ricerca ed innovazione, che non sviluppa un senso critico nei giovani, che non riesce a far entrare nella società i ragazzi che appena finito il liceo o università si trovano in grandissima difficoltà lavorative (come ad esempio accade con i lavoratori precari e sfruttati). Invece in Venezuela i compagni hanno trovato il modo di coniugare lavoro e scuola con iniziative (preparazione sul campo affinché lo studio fatto si possa praticare). Daniel (iscritto alla facoltà di scienze politiche) ci stava raccontando che grazie a questo senso di coadiuvare il lavoro e la scuola, dopo la sua laurea potrà avere un approccio differente con il mercato del lavoro che risponde a regole spietate. Insomma, l’idea che Daniel ci trasmette del suo popolo è un’idea di grande forza, di grande dignità, che, amaramente dico, non trova grande riscontro nel nostro popolo, sebbene la forza di resistere caratterizzi ancora quella parte del paese che non ha ancora perso la capacità di sognare una società diversa. Come ci raccontava, in Venezuela ciò che ha reso possibile la rivoluzione e la trasformazione socialista della società (che non è comunque completa, ed è anzi ancora difficile da sostenere) è stata la coscienza di popolo, l’unità delle forze. Durante il secondo giorno di visita campana, abbiamo portato Daniel in giro per la città di Napoli, mostrandogli i luoghi caratteristici dell’arte e della storia napoletana: il Maschio Angioino, l’Albergo dei Poveri, Palazzo Reale e piazza del Plebiscito, il Lungomare. Passeggiando per le strade di Napoli poi, c’è stato un particolare gesto da parte sua che sento di dover raccontare, e che mi ha immediatamente ricordato le parole del Che: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi qualsiasi ingiustizia commessa contro qualsiasi persona, in qualsiasi parte del mondo.” Camminavamo verso il mare quando un’anziana donna nullatenente ci si è avvicinata chiedendo l’elemosina. E subito lui ha preso gli spiccioli che aveva, le si è avvicinato e l’ha abbracciata, incoraggiandola a farsi forza. Quando ci siamo allontanati non faceva altro che ripetere che “Non basta una moneta.. E’ l’amore ciò che serve”.. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Così come il suo sguardo si è fatto d’un tratto triste a fine giornata, quando ci ha confidato di sentirsi un estraneo nella nostra città, additato e deriso per strada. La sua amarezza è legata all’ancora troppo diffuso odio razziale, che racconta essere forte anche in Venezuela, dove persone di diversa provenienza e diverso colore convivono quotidianamente. Eppure, la grande forza che è riuscito a trasmetterci, e l’amore, il calore che siamo riusciti a dargli, e lo scambio di culture, di idee, di storia, che c’è stato fra persone con un passato così diverso, eppure così simili, ci dà la forza di continuare a sperare, e soprattutto di continuare ad agire e resistere! Maria Monticelli - Responsabile Comunicazione FGCI Napoli Luca Mullanu - Responsabile Scuola FGCI Napol |
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Sulla morte di José SARAMAGO |
La morte di José Saramago ha costituito una perdita irreparabile per il Portogallo, per il popolo portoghese, per la cultura portoghese. La dimensione intellettuale, artistica, umana e civile di José Saramago fa di lui una figura tra le più importanti della nostra storia. La sua vasta, notevole, singolare opera letteraria – riconosciuta con l’attribuzione, nel 1998, del Premio Nobel della Letteratura – lascerà un segno indelebile nella Storia della Letteratura Portoghese, di cui egli rappresenta uno dei nomi più rilevanti. Costruttore dell’Aprile, in quanto partecipante attivo alla resistenza al fascismo, egli ha dato continuità a questo intervento nel periodo posteriore al Giorno della Libertà come protagonista del processo rivoluzionario che ambiva a trasformare profondamente e positivamente il nostro Paese con la costruzione di una democrazia che avesse come riferimento primario la difesa degli interessi dei lavoratori, del popolo e del Paese. José Saramago era militante del Partito Comunista Portoghese dal 1969 e la sua morte ha rappresentato una perdita per tutto il collettivo di partito comunista – per il Partito che egli ha voluto come suo fino alla fine della vita. Il Segretariato del Comitato Centrale del Partito Comunista Portoghese manifesta il suo profondo dolore, la sua enorme amarezza per la morte del compagno José Saramago, ed esprime le sue sentite condoglianze alla sua compagna, Pilar del Rio, e agli altri familiari. La Commissione Politica del Partito Comunista Portoghese |
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Il nuovo crimine di Israele indigna ma non stupisce |
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di Domenico Losurdo 31/05/2010 Il crimine consumato da Israele in acque internazionali a danno dei pacifisti impegnati a portare soccorso ai prigionieri rinchiusi in quell’immenso campo di concentramento che ormai è Gaza può e deve indignare, ma non può stupire: da un pezzo il governo di Tel Aviv si mostra deciso a colpire col terrore non solo le vittime dirette del suo espansionismo coloniale, ma anche coloro che osano esprimere solidarietà con le vittime e in un modo o nell’altro intralciano la terribile macchina da guerra e di oppressione cui i carnefici fanno ricorso. La tesi secondo cui i pacifisti erano armati e quindi meritevoli di morire fa il paio con la tesi in base alla quale era un obbligo morale scatenare l’operazione Shock and awe (Colpisci e terrorizza!) contro l’Irak di Saddam Hussein, colpevole di detenere armi di distruzioni di massa! Anche nell’arte della manipolazione si rivelano la solidarietà e la complicità di fondo che legano Israele e gli Usa e che non sono sostanzialmente intaccate dall’avvicendarsi dei vari inquilini della Casa Bianca. E’ una manipolazione che, se non apertamente incoraggiata, non è certo ostacolata dalla grande stampa di «informazione». Negli ultimi tempi, in Palestina così come in certi settori dell’Occidente, si sta sviluppando una forma nuova di lotta, consistente nel boicottaggio delle merci prodotte da coloni che, in flagrante violazione del diritto internazionale e dei diritti dell’uomo, continuano ad espandersi nei territori occupati. Era l’occasione, per coloro che non si stancano di condannare la «violenza» della resistenza, di salutare questa forma di lotta tipicamente non-violenta che è il boicottaggio. E’ invece avvenuto il contrario. Sul «Corriere della Sera» Furio Colombo e diversi altri si sono affrettati nei giorni scorsi a sentenziare che il boicottaggio delle esportazioni israeliane provenienti dai territori illegalmente occupati fa pensare alle misure a suo tempo messe in atto dalla Germania nazista contro i negozi di proprietà ebraica. Come stanno in realtà le cose? Come ho ricordato nel mio ultimo libro (La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Laterza), al boicottaggio hanno fatto costantemente ricorso i popoli oppressi, in primo luogo i popoli coloniali. E’ uno strumento di lotta che, per limitarci al Novecento, vediamo all’opera in Cina nel corso della protesta organizzata dal movimento del 4 maggio (1919) contro la pretesa del Giappone, incoraggiato o tollerato dalle altre potenze imperialistiche, di imporre il suo protettorato sul grande paese asiatico. Un decennio dopo, al boicottaggio dei tessuti giapponesi fa seguito in India il boicottaggio dei prodotti dell’industria tessile inglese. In questo caso, a promuovere l’agitazione è il movimento ispirato e diretto da Gandhi: «Donne picchettavano regolarmente i negozi dove erano venduti vestiti prodotti in Gran Bretagna. Esse seguivano le altre donne che uscivano dai negozi e cercavano di persuaderle a restituire i loro acquisti». Alcuni anni dopo, è la comunità ebraica internazionale a suggerire il boicottaggio delle merci tedesche come risposta al furore antisemita di Hitler. E’ questa la tradizione alle spalle del movimento che oggi cerca di colpire le merci prodotte solo grazie a un disumano espansionismo coloniale nei territori palestinesi occupati. Certo, sin dagli inizi il regime nazista si è impegnato a strangolare l’attività commerciale e industriale degli ebrei tedeschi e a privarli delle loro legittime proprietà. Ma tutto ciò ha a che fare non col boicottaggio (tradizionale strumento di lotta dei popoli oppressi), bensì con l’uso terroristico del potere politico. Semmai una analogia si vuole cercare, occorre allora fare riferimento alle misure che oggi colpiscono i palestinesi, espropriati delle loro case, delle loro terre, dei loro uliveti, e messi sempre più nell’impossibilità di condurre una vita umana degna di questo nome. La condanna, anzi la criminalizzazione, che il potere e l’ideologia dominanti fanno anche della lotta non-violenta contro il colonialismo sionista, è la conferma della volontà di Washington e di Bruxelles, nonostante alcuni momenti di imbarazzo e di apparente presa di distanza, di lasciare impuniti i crimini di Israele, anche quelli commessi in acque internazionali, e di condannare invece in un modo o nell’altro qualunque forma di resistenza del popolo palestinese. Sul versante opposto, è obbligo morale di ogni democratico, anticolonialista e antifascista solidarizzare con la resistenza palestinese (e araba e islamica) contro l’imperialismo e il colonialismo. Spetta a essa decidere e scegliere le forme di lotta. E’ con questo spirito che sabato 29 maggio ho partecipato a Firenze all’affollata e combattiva manifestazione che si è stretta attorno a Ali Fayyad, membro del Parlamento libanese e autorevole esponente di quel grande movimento di liberazione nazionale che sono gli Hezbollah. |
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In 100.000 a piazza del popolo contro una manovra ingiusta |
Una manovra iniqua, non giusta e non solidale, dove chi più ha non ci mette un euro e a rimetterci sono i soliti noti, e che non ha nulla di europeo ma è anzi “provinciale e di comodo” con un forte blocco sociale che ne viene esentato. Lo ripete da tempo la CGIL e lo ha ribadito ancora una volta oggi sabato 12 giugno dal palco della manifestazione 'Contro la manovra economica del governo - Tutto sulle nostre spalle', il segretario generale dell'organizzazione sindacale, Guglielmo Epifani, davanti ad una platea, festante e rossa, di oltre 100mila manifestanti. Un intervento puntuale, quello del leader della CGIL, che ha smontato punto per punto la correzione di bilancio adottata dal governo, attraverso tanti 'no' ma soprattutto attraverso tanti 'sì', quelli 'giusti' della CGIL, perché “un altro disegno per costruire il futuro del paese è possibile”. Lo ha chiarito subito il Segretario Generale, “c'era bisogno di una manovra di correzione dei conti pubblici perché troppo grandi sono i rischi prodotti dalle manovre speculative”, ma non lascia passare in cavalleria gli oltre due anni persi dal governo che ha negato, contro ogni evidenza, la crisi e i suoi devastanti effetti. “La CGIL si batte per l'interesse generale del paese”, ha detto Epifani, precisando come non ci siano nella sua azione particolarismi, ma andava chiarito che “non ci chiamiamo Alice e non viviamo nel paese delle meraviglie” ed è per questo che c'era bisogno che il governo avesse “un filo di coerenza” e di “chiedere scusa al paese per aver detto che la crisi stava finendo”. “Troppo tempo avete fatto passare: due anni di crisi” e intanto quest'ultima ha prodotto un milione di disoccupati in più. E adesso, alla luce di “una crisi dove nessuno di noi porta responsabilità, a pagarla siamo soltanto noi. Non è giusto e la si deve finire”. Così, ha precisato Epifani, “non è il se andava fatta la manovra ma il come: sì a una manovra ma no a questa”. La CGIL e la sua gente, con il senso di responsabilità che la contraddistingue, è ancora una volta disponibile a fare sacrifici ma non da sola. I lavoratori, quelli del settore pubblico, della scuola, dell'università e della ricerca, ovvero quelli che Epifani definisce essere “i lavoratori della Repubblica” pagano, infatti, sette-volte-sette la manovra: con il blocco dei rinnovi contrattuali; col fatto che non avranno parte di ciò che è stato rinnovato; nessun automatismo; con la modifica al meccanismo di fuoriuscita; col taglio agli organici a partire dai precari che hanno già perso il lavoro; con l'innalzamento dell'età pensionabile. “Contro la cappa di conformismo” che copre il paese la CGIL continuerà a svolgere il suo ruolo. “La CGIL dice cose giuste e non piegherà la schiena - ha affermato Epifani dal palco -. E se ci accusano di dire dei no, che è di per se una scelta di libertà, mi permetto di aggiungere che quando diciamo dei no diciamo allo stesso tempo sì a cosa bisognerebbe fare”. Dalla CGIL “nessun pregiudizio ostativo” ma un lungo elenco di sì: “Più rigore, più serietà, più responsabilità, più unità del paese, più occupazione soprattutto per i giovani, più investimenti, più giustizia fiscale, più rispetto e dignità per gli anziani e i migranti, più rispetto per i lavoratori pubblici e privati”. Quindi, punto per punto, le critiche che hanno smontato il provvedimento del governo. A partire dal combinato disposto sulle pensioni, l'allungamento dell'età pensionabile per le donne nel pubblico impiego e l'introduzione delle 'finestre mobili', “provvedimenti che invece che equiparare accentuano le differenze quando si è disuguali su tutto” e nella consapevolezza che, prima o poi, arriverà “il furbetto” che chiederà l'equiparazione anche nel settore privato. E sull' “elegante termine” delle 'finestre mobili', Epifani ha chiesto che si faccia chiarezza su quei lavoratori potenzialmente coinvolti e adesso in mobilità. “C'era bisogno di reintrodurre la flessibilità in uscita - ha ricordato Epifani - ma soprattutto restano fuori le vere vittime del sistema previdenziale: i giovani precari”. Così come ha messo in guardia il governo dalla scadenza imminiente della cassa integrazione in deroga e con l'inevitabile problema che le Regioni avranno nel rifinanziarla con i tagli operati dalla manovra. E alla vigilia della discussione in sede parlamentare del collegato lavoro, un passaggio su quel provvedimento “che riguarda i diritti dei lavoratori del settore privato e reinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica” dove “nulla è stato cambiato”. Rimangono, infatti, con la norma sull'arbitrato i vizi di incostituzionalità attraverso i paletti posti al diritto di ricorre per un lavoratore al giudice. Ma sono tante le questioni aperte, come quella fiscale, lo scudo fiscale irrisoriamente tassato, la reintroduzione della norma sulla tracciabilità, la mancanza di una politica industriale, di un progetto per il paese declinato in termini di lavoro e occupazione e che si attento ai giovani e al Mezzogiorno. Per la CGIL così come dal Congresso è prioritario un 'Piano per il lavoro' e la condizione di lavoratori come quelli che all'Asinara, in Sardegna, sono rinchiusi da due mesi “combattendo una battaglia per rivendicare diritti e occupazione”. Infine, ha ricordato, a Milano il 2 giugno la CGIL ha manifestato per la festa della Repubblica e per la Costituzione: “ogni giorno c'è qualcuno che dice che va cambiato un articolo: il primo, il 21, il 41, il 65. Chiedo che si smetta di dare i numeri per cortesia. Con questa Costituzione il Paese in vent'anni è diventato il quinto Paese più avanzato. La Costituzione non c'entra nulla se il Paese va avanti o indietro”. Ed è nel valore della Costituzione che il sindacato si oppone alle leggi bavaglio: “sì al rispetto della dimensione privata - ha concluso Epifani - ma nessun ostacolo alla giustizia”. |
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VENERDI 4 GIUGNO - ORE 17,00 IN PIAZZA DELLA REPUBBLICA |
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CORTEO FINO A PIAZZA DEL POPOLO PER CHIEDERE: - L’IMMEDIATO RILASCIO DEGLI ATTIVISTI INTERNAZIONALI DELLA FREEDOM FLOTILLA SEQUESTRATI NELLE CARCERI ISRAELIANE - L’IMMEDIATA INTERRUZIONE DEGLI ACCORDI DI COOPERAZIONE FRA ITALIA E ISRAELE - BOICOTTAGGIO, DISINVESTIMENTO E SANZIONI CONTRO L’ECONOMIA DI GUERRA ISRAELIANA - LA FINE DEL BLOCCO DI GAZA Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese |
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SIT IN a largo Torre Argentina, ore 17.00 |
E' inaccettabile che siano sempre i lavoratori a pagare i costi della crisi Il governo italiano, così come quelli di Grecia, Spagna, Portogallo adotta misure antisociali I diktat della Commissione e della Banca Centrale Europea strangolano i settori popolari La Rete romana contro la crisi invita ad un SIT IN giovedi 3 giugno a largo Torre Argentina per denunciare sia le misure economiche del governo Berlusconi sia le direttive antipopolari emanate dalle istituzioni europee che rafforzano i processi di privatizzazione dei servizi pubblici, i tagli ai salari dei lavoratori, l'aumento delle imposte sul lavoro mentre aumentano l'erogazione di risorse destinate alle banche, agli speculatori, ai possessori di rendite finanziarie. Giovedi 3 giugno saremo in piazza per propagandare la manifestazione nazionale del 5 giugno contro la crisi, per raccogliere le firme per il referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici e continuare la campagna per recuperare il maltolto sulle bollette dei rifiuti urbani (l'IVA sull'AMA) e che il governo intende scippare con la nuova manovra economica antipopolare. Una delegazione della Rete romana contro la crisi sarà ricevuta dal delegato della Commissione Europea. Appuntamento giovedi 3 giugno dalle 17.00 alle 19.00 in largo di Torre Argentina Rete romana contro la crisi http://nessunorestisolo.blogspot.com/ |
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