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Foibe: ricordi a senso unico |
Appunti di Storia in occasione del “Giorno del Ricordo” La fuorviante e strumentale informazione che i mass media nonché vecchi e nuovi fascisti hanno preso da tempo a proporre sulla tragica vicenda delle foibe, in particolare in occasione del recente “Giorno del Ricordo” del 10 febbraio, induce a riprendere l’argomento ai fini di una corretta ricostruzione e contestualizzazione degli avvenimenti; è necessario, infatti, fare argine con ogni mezzo al fiume di mezze verità e di autentiche menzogne che rischia di travolgere la realtà della storia. Dopo la prima guerra mondiale il Regno d’Italia diede avvio ad una politica di italianizzazione forzata delle cosiddette “terre irredente”; l’italiano divenne la lingua obbligatoria in sostituzione delle lingue e dei dialetti parlati dalle diverse popolazioni; nuovi funzionari e impiegati pubblici subentrarono ai locali. Sloveni, Croati, Dalmati, Cici (istriani non latini) si trovarono dall’oggi al domani ad essere stranieri nella loro terra. Con l’avvento sulla scena del fascismo si prepararono per le popolazioni predette condizioni di vita ancora più dure. Nel 1920 Benito Mussolini ebbe a dire, fra le molte cose, le seguenti: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”. Giunto al potere il fascismo passò ai fatti. Il sistema scolastico sloveno e croato, in Istria e altrove, fu annientato dalla riforma scolastica del ministro Gentile (1° ottobre 1923); allo stesso modo fu vietata l’attività delle associazioni croate e slovene. Nello stesso 1923 fu italianizzata la toponomastica, nel 1927 fu la volata dell’italianizzazione dei cognomi croati e sloveni: violenza gratuita contro le identità personali. Nel 1938 le leggi razziali vennero a colpire specialmente la minoranza ebraica di questi territori, in particolar modo la numerosa comunità ebraica di Trieste, di alta tradizione culturale. Scoppiata la seconda guerra mondiale, l’Italia mise in atto una vergognosa aggressione militare contro la Grecia, ben presto venendosi a trovare in difficoltà per la strenua resistenza delle popolazioni greche. Fu necessario chiedere aiuto ai Tedeschi, che nel 1941, con Italiani e Ungheresi completarono l’occupazione dei Balcani entrando anche in Jugoslavia. Belgrado subì nella circostanza uno dei più feroci bombardamenti della storia. Finirono sotto protettorato italiano la costa Dalmata, la Croazia, quasi tutta la Slovenia, parte del Montenegro. In particolare, la Slovenia fu annessa all’Italia e venne a costituire la provincia di Lubiana, mentre la Croazia fu istituita in regno a sé stante avendo a come re Aimone d’Aosta, cugino di Vittorio Emanuele III; primo ministro ne fu Ante Pavelic, uno dei peggiori e più sanguinari elementi del fascismo europeo, legato a Mussolini da amicizia di antica data. Animati da fanatismo religioso e nazionalista, i fascisti croati - i famigerati Ustascia -, con il sostegno del vescovo di Zagabria e primate cattolico di Croazia Steplnac, non di rado affiancati anche dalle truppe italiane, intrapresero, ricorrendo alle più efferate violenze, un’opera di pulizia etnica contro i Serbi e tutte le minoranze. Alla fine della guerra la Jugoslavia, teatro di violenze e crudeltà inaudite, avrebbe contato, nei suo insieme, un milione e mezzo di morti su 16 milioni di abitanti; di questi morti, 250.000 (300.000 secondo le fonti jugoslave) sono da attribuire a responsabilità diretta delle truppe d’occupazione italiane. Aiuta a dimensionare la tragedia il sapere che i morti italiani (civili e militari) dei secondo conflitto mondiale furono in tutto -numero enorme- meno di 300.000, su 45 milioni di abitanti. Nel perpetuare stragi, saccheggi e brutalità in danno della popolazione slava si distinse la II Armata italiana, agli ordini del generale Roatta. Centinaia di spedizioni italo-croate vennero organizzate contro città e villaggi serbi; fu messa in atto una caccia al serbo in grande stile. Stupri, torture, mutilazioni, roghi videro vittime migliaia di donne e di uomini serbi, di bambini e di vecchi. Non meno di 250 villaggi serbi furono distrutti dalle truppe italiane; ad essi sono da aggiungere quelli che gli Italiani distrussero in concorso con le milizie tedesche e di altri paesi dell’Asse. Mussolini era coerentemente passato dalle parole (del 1920) ai fatti. Decine di migliaia furono i deportati serbi, militari e civili, nel campi di sterminio tedeschi o in quello della Risiera di San Sabba, a Trieste, insieme ad ebrei ed appartenenti ad altre minoranze. Sulle coste e le isole dalmate e in Slovenia furono allestiti dalle truppe Italiane campi di concentramento che furono luogo di sofferenza e dl morte per migliaia di persone: sono i campi di Brac, Hvar, Rab, Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica. Altri ne furono realizzati in Italia: a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo), a Padova. Circa 30.000 furono i Croati e gli Sloveni, uomini, donne e bambini, internati dai fascisti in questi luoghi della barbarie rimossi dalla memoria collettiva. Solo in Slovenia morirono nei lager italiani 13.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (isola di Rab) ne morirono dai 1.500 ai 2.500 circa. I civili e partigiani “fucilati sul posto” durante le operazioni militari furono non meno di 2.500. 1.500 invece i fucilati civili trattenuti come ostaggi, uccisi cioè dopo un periodo di internamento. I morti per sevizie, torture o bruciati vivi, che siano documentati, ammontano a 187. Si tratta, come già detto, delle vittime della sola provincia di Lubiana. Nel campo di Gonars, vicino Udine, morirono, letteralmente di fame, migliaia di bambini, soprattutto croati. Dopo l’8 settembre, ritiratesi le truppe regie, subentrarono in questi territori i tedeschi e i repubblichini di Salò. Nel frattempo i partigiani slavi, cui si erano uniti molti Italiani, intensificarono la loro azione. La ferocia delle SS aumentò e si indirizzò soprattutto contro i civili: le stragi e le deportazioni non si contarono; si distinse per ferocia il comandante delle SS Odilo Globcnik, triestino. I partigiani jugoslavi riuscirono nell’impresa dl liberare da soli la Dalmazia e la Croazia; le azioni militari dei tedeschi e dei fascisti si concentrarono nella Slovenia e nella Venezia Giulia. Nel villaggio istriano dl Vodice (Vodizza, in italiano) furono massacrati da fascisti e SS 400 fra vecchi, donne bambini di etnia cicik. Dopo l’armistizio con gli alleati (8 settembre 1943) gli Slavi insorsero contro tutto ciò che rappresentava il fascismo, purtroppo identificando l’Italia con esso. Il leader del Partito Comunista Sloveno Kardelj aveva fato la direttiva di “epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo”, ma di fatto furono gli italiani, nel loro insieme, a patire le peggiori persecuzioni. Come è stato possibile accertare, in quei mesi furono 250-300 i fucilati e gli “infoibati” dai partigiani o dal popolo in rivolta. La stima più pessimistica, ma anche la meno verosimile, parla di 600 morti. Le violenze si indirizzarono soprattutto contro i gerarchi fascisti, le camicie nere, i carabinieri; ma molte furono le vittime anche fra i civili. Negli scontri con l’esercito tedesco caddero anche molti partigiani italiani. Ben. presto i tedeschi ripresero il controllo del territorio. Sempre nel 1943 ci furono vittime anche in Dalmazia, a Fiume, a Zara, nelle isole; si trattò di circa 2.000 persone, cifra che la propaganda di destra ha sempre gonfiato fino a farla arrivare alle decine di migliaia. Altro capitolo è quello dell’occupazione titina di Trieste e della Venezia Giulia. Dopo il crollo della Germania nazista (che si era annesso tutto il Nordest italiano strappandolo all’alleato di Salò), le formazioni jugoslave si proiettarono, infatti, verso le coste adriatiche per impedire agli anglo-americani di prendere il controllo di quelle terre. Giunsero a Gorizia, Trieste e Fiume fra il 10 e il 3 maggio e per quaranta giorni occuparono la fascia adriatica. In questo periodo si scatenò una violenta epurazione. La volontà jugoslava era chiara: creare le premesse per l’annessione di quei territori. Le giunte partigiane del CLN furono disarmate, destituite, talora arrestate. In un clima di terrore tutti coloro che apparivano ostili venivano arrestati, deportati, in certa parte uccisi. A Gorizia furono fatti prigionieri gli esponenti partigiani, indicati come “concorrenziali”; ma è a Trieste che accadde il peggio, soprattutto per la presenza, accanto all’esercito iugoslavo, di bande di irregolari croati, serbi, sloveni. Le autorità politiche e militari jugoslave ammisero fin dal 6 maggio: “..ci sono stati arresti e fucilazioni arbitrarie. È necessario riprendere il controllo…”. Nonostante ciò, le esecuzioni si susseguirono a ritmo impressionante; i cadaveri vennero gettati nelle foibe giuliane. Agli “infoibati” si aggiunsero i caduti per fucilazione e gli avviati verso i campi di prigionia (fra i più inumani quello di Borovnica, alle porte di Lubiana). il numero delle vittime dei quaranta giorni di occupazione slava (Tito fu poi costretto a ripiegare), come hanno potuto accertare le ricerche condotte dagli studiosi, fu di circa quattro - cinquemila: cifra che comprende gli “infoibati”. Quanto a questi ultimi, il numero dei corpi estratti dalle caverne è di 570. Si tratta di un’innegabile tragedia, ma ogni altra cifra risulta frutto di bilanci di fantasia e di propaganda politica. |
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Comunicato Stampa Rete Anticrisi, 10 febbraio |
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COMUNICATO STAMPA
“La Rete Anticrisi domani sarà in piazza a sostenere le lotte in questa città! ”
“Domani in Prefettura ci sarà un tavolo di discussione sui temi del lavoro, mentre le parole del sindaco Alemanno che aveva promesso di affrontare la crisi non si sono tramutate in fatti e temiamo che anche sul tema lavoro si andrà nella stessa direzione. Demagogia tanta, concretezza zero. Non sappiamo cosa diranno le parti sociali che siederanno al tavolo e per questo abbiamo deciso di mobilitarci e invitiamo tutta la città che soffre la crisi a farlo. Alle 15 di mercoledì 10 febbraio saremo in piazza SS Apostoli con gli inquilini resistenti, con i precari, con i disoccupati, con i cassaintegrati, con gli sfrattati, con chi non arriva a fine mese, con chi non ha un reddito, con i lavoratori in lotta dell’Eutelia e di altre decine di aziende che minacciano licenziamenti. Roma contro la crisi e dentro la crisi deve diventare visibile e rompere con l’idea di città che ci vogliono propinare, dove la strada maestra immaginata dalla rendita ci condanna all’emergenza permanente e alla cementificazione selvaggia, dove l’unica prospettiva di lavoro è legata ad un pacchetto edilizio e ad eventuali possibilità occupazionali legate ad esso. In una città che sta subendo un aumento esponenziale della cassa integrazione ordinaria e straordinaria oltre che della disoccupazione non abbiamo bisogno di proclami elettorali in vista delle prossime regionali” lo dice il coordinamento della Rete Anticrisi romana. |
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MANIFESTAZIONE 10 Febbraio, per il lavoro contro la crisi! |
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Appello
Il 10 febbraio 2010 in Prefettura si affronterà il tema del lavoro. Lo faranno gli enti locali, il governo e parti sociali individuate per l’occasione. Come dire: un tavolo non si nega a nessuno. Ne sono stati fatti sull’emergenza abitativa, sull’immigrazione, sulla sicurezza e ora anche sul lavoro. In questo quadro il sindaco ha sparato le sue cifre: 100mila posti di lavoro, ripetendo un proclama che suonava pressappoco così alla vigilia della sua elezione, 40mila casa popolari. Nello stesso tempo Alemanno non ha detto una parola in difesa dei lavoratori delle aziende in crisi. Le parole non si sono tramutate in fatti e temiamo che anche sul tema lavoro si andrà nella stessa direzione. Demagogia tanta concretezza zero. Non sappiamo cosa diranno le parti sociali che siederanno al tavolo e per questo abbiamo deciso di mobilitarci e invitiamo tutta la città che soffre la crisi a farlo. Alle 15 di mercoledì 10 febbraio saremo in piazza SS Apostoli con gli inquilini resistenti, con i precari, con i disoccupati, con i cassaintegrati, con gli sfrattati, con chi non arriva a fine mese, con chi non ha un reddito, con i lavoratori in lotta dell’Eutelia e di altre decine di aziende che minacciano licenziamenti. Roma contro la crisi e dentro la crisi deve diventare visibile e rompere con l’idea di città che ci vogliono propinare, dove la strada maestra immaginata dalla rendita ci condanna all’emergenza permanente e alla cementificazione selvaggia, dove l’unica prospettiva di lavoro è legata ad un pacchetto edilizio e ad eventuali possibilità occupazionali legate ad esso. In una città che sta subendo un aumento esponenziale della cassa integrazione ordinaria e straordinaria oltre che della disoccupazione non abbiamo bisogno di proclami elettorali in vista delle prossime regionali. Non ci stiamo! Invitiamo tutti e tutte a mobilitarci per sostenere le proposte dei movimenti e delle reti sociali in lotta. Insieme con i migranti impegnati con i cittadini e le cittadine italiani/e in una battaglia senza precedenti contro il razzismo e la xenofobia, rivendicando diritti primari continuamente negati. Se la città è di chi la abita, è arrivato il momento che questa voce inascoltata prevalga su quella dei costruttori, delle banche, degli speculatori come Bonifaci, Caltagirone, Santarelli, Toti, Mezzaroma. Gli amministratori devono segnare un significativo cambio di passo nella tutela della città come “bene comune” e nella difesa della qualità della vita nella sua interezza. Saremo in piazza per rivendicare un reale piano anticrisi che passi attraverso la difesa, qui ed ora, dei posti di lavoro; la realizzazione di un piano straordinario di case popolari; un finanziamento adeguato alla legge regionale per il reddito che permetta di coprire le 120mila domande depositate e garantire a tutti i disoccupati e precari oltre all’erogazione monetaria anche il reddito indiretto (casa, trasporti, tariffe e formazione) previsti dalla legge. Saremo in piazza con i migranti deportati e costretti alla fuga da Rosarno, abbandonati dalle istituzioni per le strade di Roma, per chiedere la realizzazione di un piano straordinario di accoglienza. La mobilitazione del 10 febbraio deve diventare il punto di partenza verso una mobilitazione nazionale, che imponga al Governo misure economiche e di welfare mirate su chi paga la crisi e non più a sostegno delle banche e delle imprese. Mercoledì 10 febbraio 2010 Dalle ore 15.00 Piazza SS Apostoli sotto la Prefettura ADESIONI: Rete Romana Contro la Crisi, Lavoratori Eutelia, Lavoratori Italtel, Movimenti per il diritto all'abitare, cassintegrati alitalia, autoconvocati Sirti, lavoratori telecom, Coordinamento Precari Scuola, Comitati per il Reddito |
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Comunicato Stampa Fabio Nobile |
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Comunicato Stampa Nobile (Federazione della Sinistra Roma): “Ad aggredire i ragazzi alla Garbatella sono stati estremisti di destra!” “Diamo la nostra più completa solidarietà ai ragazzi brutalmente aggrediti in zona Garbatella questa notte; secondo le nostre fonti della zona riteniamo che gli aggressori possano far parte di strutture organizzate di estrema destra che non da poco tempo, anche a causa di una amministrazione cittadina lassista e oggettivamente connivente, continuano ad imperversare nella nostra città picchiando, e gettando odio e violenza” lo dice Fabio Nobile, portavoce della FdS Roma (PdCI, PRC, Soc.2000, Lav e Solid). |
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Occupazione Assessorato Casa comune |
COMUNICATO STAMPA
“Solidali con i movimenti che occupano l’assessorato alla casa”
“Sosteniamo i movimenti che lottano contro l’emergenza abitativa nella nostra città, e che hanno deciso di portare un livello più alto di protesta occupando l’assessorato alla casa del Comune in giorni che vedono l’ennesima risposta gravemente sbagliata da parte dell’amministrazione. Lo spostamento del consiglio comunale con all’ordine del giorno il piano casa rappresenta una grave presa di posizione antidemocratica che annichilisce il confronto e che mette un freno al dibattito che dovrebbe coinvolgere chi vive sulla propria pelle il dramma del non avere un tetto sotto cui dormire. Il sindaco e la sua giunta continua a non prendere in considerazione la gravità della crisi che coinvolge la nostra città, crediamo che sia giunto il momento di alzare il livello della lotta” questa la dichiarazione di Fabio Nobile, portavoce della Federazione della Sinistra – Roma.
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Comunicato Stampa Rete Anticrisi |
L’assemblea che si è tenuta oggi pomeriggio presso lo stabilimento di Eutellia ha visto la partecipazione di diverse realtà di lotta (Eutelia, ISPRA, Italtel, MVS ex-IBM, Coordinamento precari della scuola, Movimenti per il diritto all’abitare, Comitati per il reddito, Rete romana contro la crisi).
Nel confronto è emerso un filo comune che lega le mille facce e le diverse storie di chi subisce il vero prezzo della crisi dai lavoratori, italiani e migranti, che hanno perso e rischiano di perdere il posto di lavoro e cassaintegrati, fino al popolo dei precari della casa.
Si è riconosciuto inoltre la necessità di costruire iniziative, assemblee nei quartieri delle periferie, e un’assemblea per respingere l’attacco al mondo della conoscenza, che colpisce particolarmente l’università, scuola ed enti di ricerca pubblica per mettere insieme lotte comuni che inchiodano alle loro responsabilità il governo ed enti locali;
Invitiamo tutti a sostenere la mobilitazione dei lavoratori di Eutelia prevista per il 1° Febbraio alle 20,30.sotto palazzo Chigi
Lanciamo quindi una prima giornata di mobilitazione comune per giovedì 11 febbraio sotto la Prefettura di Roma per chiedere interventi forti per affrontare la crisi
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Quel patto faustiano fra nazismo e capitale |
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di Tonino Bucci* su Liberazione del 27/01/2010 Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. La frase è di Primo Levi, forse tra coloro che meglio d'altri, hanno saputo raccontare cos'è stato Auschwitz dopo aver vissuto sulla propria pelle l'esperienza della deportazione. Il suo libro più noto, Se questo è un uomo , è la miglior prova che il sistema nazista dei campi di sterminio si può raccontare, descrivere, analizzare nei minimi dettagli, ma non spiegare fino in fondo. La logica viene meno. Non c'è una causa cui si possa ricondurre un effetto così abissale come fu la pianificazione della morte su scala industriale per milioni di individui. Ebrei, comunisti, zingari, omosessuali, testimoni di Geova, prigionieri di guerra, detenuti politici e, ancora, civili e militari deportati dai territori dell'Unione Sovietica: un campionario di "razze inferiori" da annientare e sterminare lungo il cammino che avrebbe portato la Volksgemeinschaft , la comunità di popolo ariana, al comando del mondo intero. Molti dei sopravvissuti ai lager non furono in grado di raccontare nei primi anni del dopoguerra l'esperienza della deportazione. Non se la sentirono. Altri, come lo stesso Primo Levi, tormentati dal senso di colpa d'esser usciti vivi da quell'inferno a differenza di altri loro compagni, cedettero all'impulso del suicidio.
Ad Auschwitz tutto era finalizzato allo sterminio. Ogni tappa della deportazione era l'anello di una catena progettata nei minimi dettagli, con ossessione paranoica, dagli orari dei convogli ferroviari al calcolo del tempo medio di sopravvivenza dei prigionieri necessario per "smaltire" la massa dei nuovi detenuti in arrivo. Un sistema razionalizzato nel suo funzionamento interno, eppure avulso da qualsivoglia causa esterna che ne giustificasse la sopravvivenza. Non furono la guerra e le sue necessità a spingere Hitler e i suoi verso la soluzione finale - su questo gli storici hanno ormai fatto chiarezza. Ad Auschwitz non si finiva semplicemente perché ci fosse il bisogno di lavoro schiavile per sostenere l'economia tedesca in una guerra che si rivelò più lunga del previsto. Ad Auschwitz si finiva per quel che si era, per la propria condizione . Ricordare e raccontare si deve. E' un dovere verso chi è venuto prima di noi e ha avuto in sorte di vivere (e morire) quei tempi. La Giornata della memoria serve a questo, a sessantacinque anni da quel 27 gennaio 1945 quando i soldati sovietici dell'Armata Rossa varcarono i cancelli del campo di Auschwitz.
* editoriale di Liberazione del 27 gennaio 2010 |
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ADESIONE MANIFESTAZIONE CASA FDS-Roma |
ADESIONE FEDERAZIONE DELLA SINISTRA - ROMA. La Federazione della Sinistra di Roma aderisce alla mobilitazione di Venerdì organizzata davanti al ministero delle infrastrutture per chiedere insieme al blocco degli sfratti, ridefinizione di una politica abitativa pubblica che rilanci in primo luogo le opere più importanti di cui il Paese oggi ha bisogno: le case popolari. Richiedere la proroga degli sfratti e una politica realmente diversa sul diritto all'abitare è fondamentale in primo luogo in una fase di crisi dove l'abitazione è tra le prime cose che si perdono quando il lavoro e il reddito vengono meno. In questa situazione è fondamentale continuare ad inchiodare sulle loro responsabilità il Governo nazionale e gli enti locali. Federazione della Sinistra - Roma |
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