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In Romania rinasce il Partito Comunista |
Traduzione a cura de l’Ernesto online
Il nuovo Partito Comunista Romeno (PCR) ha celebrato, sabato 3 luglio, a Bucarest, il suo congresso di fondazione, che ha riunito più di 400 delegati e invitati.
Il nuovo PCR, sebbene riprenda la denominazione del precedente partito comunista romeno, nasce dal mutamento del nome del già esistente Partito dell’Alleanza Socialista (nella Sinistra Europea, ndt), che non dispone di rappresentanza parlamentare.
Il suo leader, Constanti Rotaru, ha fatto un bilancio dei 20 anni trascorsi dal colpo di Stato del dicembre 1989, che ha rovesciato il regime socialista, rilevando che la restaurazione del capitalismo ha provocato un autentico “genocidio sociale”. In memoria delle vittime del capitalismo nel paese, il congresso ha osservato un minuto di silenzio.
Rotaru ha parlato del saccheggio dei servizi e delle imprese pubbliche e della distruzione generalizzata dell’apparato produttivo, che ha ridotto la popolazione alla miseria, costringendo milioni di romeni ad abbandonare il paese in cerca di lavoro.
Tra i molti esempi concreti, Rotaru ha affermato che resta attualmente solo il 54% degli ospedali esistenti nel 1989, la produzione tessile rappresenta il 13% rispetto ad allora, l’estrazione di carbone il 36%, la produzione di acciaio il 19% e la produzione di macchinari si è ridotta al cinque percento; l’allevamento bovino si attesta al 31% e la produzione di carne si è ridotta al 14% rispetto al livello di 20 anni fa.
In un comunicato, citato dall’agenzia AFP, il PCR afferma che “si lancerà nella lotta per mettere fine al saccheggio, a cui il paese è sottoposto”, individuando come obiettivo l’elezione di una rappresentanza parlamentare. Nel suo programma difende la gratuità dell’istruzione pubblica e la proprietà statale nei settori strategici.
Tuttavia, la legalizzazione del nuovo partito è una battaglia che si presenta difficile, poiché una legge del 1991 proibisce espressamente “manifestazioni pubbliche che perseguano la propaganda di idee totalitarie di natura fascista, comunista, razzista o di qualsiasi organizzazione terrorista”. |
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RU486: FdS, SUL NOSTRO CORPO DECIDIAMO NOI |
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Il Comitato “Donne per l’Autodeterminazione” della Federazione della Sinistra ha protestato durante la seduta del Consiglio regionale del Lazio contro i reiterati attacchi ai diritti femminili. Le linee guida della giunta Polverini sulla somministrazione della pillola Ru486 di fatto ledono doppiamente le libertà di scelta della donna. Da un lato la si obbliga ad un ricovero coatto di tre giorni per interrompere farmacologicamente la gravidanza, dall’altro non le si da la possibilità di essere ricoverata. Infatti nell’attesa che vengano individuate le strutture sanitarie idonee, l’assunzione della pillola è bloccata. L’indirizzo politico della nuova giunta è quello di colpire, su diversi fronti, tutti quei diritti conquistati dalle donne in anni di dure battaglia, dalla 194 alla legge che istituisce i consultori e che oggi si vorrebbe sovvertire. Si apre una nuova stagione di conflitto in cui il Comitato continuerà a lottare contro chi ipocritamente dice di voler difendere la vita e la salute delle donne, contro chi urla perché la donna sia sola una macchina procreatrice, contro chi boicotta l’autodeterminazione femminile. Una lotta che vorremmo portare avanti con tutte le donne consapevoli del Pd che si indigneranno scoprendo che parte del proprio partito oggi ha votato insieme alle destre. “Sul nostro corpo decidiamo noi!” |
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Festa Rossa 2010, Municipi XVIII e XIX |
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Nobile su manovra: inquietante immobilismo di Alemanno |
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“Se da un lato riconosco all’assessore Croppi spirito d’iniziativa, seppur tardivo, dall’altro mi pare che si faccia troppo poco all’interno dell’amministrazione capitolina per difendere la nostra città dall’insensato accanimento di Governo e Lega”. Lo afferma Fabio Nobile, portavoce romano e consigliere regionale della Federazione della Sinistra, commentando la proposta di chiudere per un giorno tutti i musei di Roma per protestare contro i tagli alla cultura.
“Tartassati dalla manovra di Governo, attaccati quotidianamente da anonimi esponenti della Lega, i Romani si aspettano qualcosa di più dal Campidoglio. E invece l’unica cosa su cui possono contare è l’inquietante immobilismo del sindaco Alemanno che nulla dice e nulla fa, dimostrandosi complice di queste aggressioni”.
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Intervista a Mario MONICELLI |
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di Davide Turrini su Liberazione del 1 luglio 2010 Non potrà essere fisicamente in piazza, complice il caldo romano, ma Mario Monicelli di manifestazioni contro i tagli governativi alla cultura non se n’è mai persa una. E anche per No ai tagli e ai bavagli , slogan fortunato che accomuna censura concettuale e chiusura del rubinetto finanziario, il novantacinquenne regista viareggino partecipa con la sua eloquente esperienza di sagace commediante e di lottatore politico. Dopo la manifestazione di anno fa contro i tagli al Fns, alla quale lei ha partecipato, non è cambiato sostanzialmente nulla: in che situazione ci troviamo ora? Pessima. Da un lato l’arte cinematografica, mezzo d’espressione ancora moderno ed efficace, continua ad essere estremamente popolare; dall’altro questa sua vitalità dà molto fastidio al regime. Figuriamoci: se c’è da togliere qualche sostegno pubblico lo si toglie al cinema. A suo avviso, allora, il cinema italiano è ancora in grado di dare fastidio? Certo. E lo è quando gli autori hanno il coraggio di raccontare la società, la cultura, la classe operaia e quella dirigente italiana, per quello che sono in questo momento storico. Non quando produce commediole con battaglie da quattro soldi e raccontini sentimentali che finiscono sempre a tarallucci e vino. Oltre al fastidio che il cinema arreca al regime, dietro ai tagli alla cultura si nasconde la possibile disoccupazione e inattività di tutte quelle persone che lavorano dietro le quinte dei set e di cui non si parla mai: non trova? Beh, alla fine i soliti registi e attori italiani se la cavano comunque. Chi ci rimette è il cosiddetto indotto, chi ha una carriera o la professionalità di tecnico o artigiano del cinema. Centinaia di persone che lavorano sui set, alle edizioni e alla postproduzione. Il cinema è una fabbrica, come quella dei motori. E la classe operaia del cinema in tempi di tagli è quella che ne risente di più. Basti pensare che dopo ogni film i ” tecnici” finiscono un lavoro e ne devono trovare uno nuovo per campare. Si chiama precarietà e nel cinema esiste da decenni. Solo che quando il sistema corre, non è un problema; quando c’è la crisi, iniziano i drammi. In un’intervista di non poco tempo fa, ha affermato: “l’arte e lo spettacolo vengono sempre trattati male perché vengono etichettati in blocco come di sinistra e i governi di questo paese non sono mai stati di sinistra”. Da sempre il governo di questo paese è stato contro il cinema. Ed a rimetterci è sempre la vera arte, quella che rappresenta la verità, spesso sgradevole, difficile da raccontare. Agli inizi della mia carriera ebbi a che fare con il potere democristiano, si lottava contro la censura, ma si aveva la possibilità di dire parecchie cose. Oggi le possibilità si stanno lentamente azzerando. Allora che messaggio lancia a quelle persone che domani diranno no ai tagli e ai bavagli goveniativi sperando che la loro presenza e protesta conti qualcosa? Non rassegnatevi e non accettate i bavagli che ci propina il governo. Pur di lavorare, pur di campare, molti di noi dicono sempre tengo famiglia». Ma alla propria famiglia, quella da mantenere, non si possono dire bugie: le si deve. raccontare con coraggio la verità. |
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Crisi economica e derive autoritarie |
di Vladimiro GIACCHE'
I presupposti economici dell’attacco alla Costituzione - Relazione per il Convegno dell’Associazione Marx XXI “Neoliberismo, crisi e attacco alla Costituzione” (Roma, 12 giugno 2010)
1. Cominciamo dalla fine
Cominciamo dalla fine: cioè dalla proposta di Tremonti di stravolgere l’art. 41 della Costituzione per favorire la libertà d’impresa e d’intrapresa.
Vale la pena di farlo non soltanto per restare legati all’attualità.
Ma perché gli slogan con cui questo attacco è stato condotto ci dicono molto:
L’opposizione è, da un lato, tra:
- libertà (d’impresa)
- semplificazione
- mercato
E, dall’altro:
- regolamentazione
- procedure (“burocrazia”)
- presenza dello Stato / di un soggetto pubblico.
Vale la pena di notare che
in quest’ultimo attacco alla Costituzione troviamo i motivi di fondo di tutti gli attacchi alla Costituzione di questi anni, nonché ai presidi legali a difesa degli interessi dei lavoratori.
- Libertà contro regolamentazione: le polemiche contro i “lacci e lacciuoli” di Guido Carli
- Semplificazione contro la pesantezza di procedure “burocratiche”: non è questa la parola d’ordine di tutte le (contro)riforme elettorali, che hanno fatto del nostro sistema elettorale e parlamentare un sistema che è ormai da tempo a- o meglio anti-Costituzionale?
Dal proporzionale puro sino al porcellum passando per le varie leggi maggioritarie, ma anche i regolamenti parlamentari antiostruzionismo e l’abuso della decretazione d’urgenza (che come ha detto Agamben ha reso da tempo la nostra una “Repubblica… non più parlamentare, ma governamentale”: Stato di eccezione, p. 28), sino all’attuale sua generalizzazione di fatto.
Tutto questo è stato fatto in nome della semplificazione, della rapidità decisionale e dell’efficienza.
- E infine mercato contro Stato: non è questo il sigillo che reca l’introduzione del concetto di sussidiarietà nel nostro ordinamento e più in generale l’idea che il pubblico debba essere residuale (quindi fine dell’economia mista ecc)?
(Se poi allarghiamo lo sguardo ad altri Paesi europei, troviamo in fondo cose non tanto diverse da queste.
Il concetto aziendale di governance impresta la sua logica apparentemente efficientistica e realmente autoritaria all’ambito politico un po’ ovunque, e non da oggi.
Ma restiamo in Italia.)
Tutto questo va avanti (ossia il nostro Paese va indietro) da almeno 30 anni.
Da quegli anni Ottanta che si aprono idealmente
- con la sconfitta operaia alla Fiat (1980),
- con la scoperta della loggia P2 (1981)
- e, non molto più tardi (1983), con la prima commissione bicamerale per riformare la Costituzione.
Nello stesso 1980 Reagan viene eletto presidente degli Stati Uniti e ha inizio il trionfo ideologico del liberismo, ma anche quel brave new world della finanza e del credito che in poco meno di 30 anni porterà il valore degli asset finanziari mondiali, da un valore pressoché pari al valore del pil mondiale, a qualcosa come il 360% di quella cifra.
La conclusione convulsiva di questa fase la stiamo vivendo dal 2007 ad oggi.
La traiettoria da osservare dovrebbe essere almeno questa.
2. Vent’anni di pensiero unico – e di declino economico
In questa sede però mi limiterò a ripercorrere gli aspetti di fondo degli ultimi 20 anni.
Sono gli anni in cui il pensiero unico trionfa infine anche nel nostro Paese.
E sono anche gli anni in cui
pur tra alti e bassi, tra scivoloni e riprese di breve durata,
la crisi dell’economia italiana si approfondisce e si cronicizza.
Sino a diventare tendenza: ossia declino.
Dal punto di vista economico, le grandi linee di tendenza sono queste:
1) privatizzazioni e fine dell’economia mista (il grosso negli anni Novanta); si tratta di un importante cambiamento alla costituzione materiale del nostro Paese, pur senza cambiare la Costituzione (nel caso specifico l’art. 43).
2) fine della grande industria in Italia, facilitata dalle privatizzazioni, vera e propria scialuppa del Titanic per capitalisti industriali in crisi di profittabilità;
3) il nanismo industriale italiano cresce: le piccole imprese, magnificate a destra e sinistra (distretti ecc.), non solo resistono, ma crescono di numero e di importanza relativa; è una tendenza che si afferma dal 1971 in poi;
4) moltiplicazione dei rapporti di impiego, ma un’unica tendenza: precarizzazione;
5) di fatto le condizioni della competitività delle imprese italiane si riducono da tre a due: con la metà degli anni Novanta vengono meno le svalutazioni competitive, e il peso si distribuisce tutto su evasione fiscale e basso costo del lavoro;
6) gigantesco spostamento di reddito dai salari ai profitti (senza che però questi ultimi spicchino il volo durevolmente); decisivi per la perdita di potere d’acquisto dei salari e delle pensioni sino ad oggi sono gli accordi del luglio 1992 e poi 1993 sulla scala mobile;
7) l’evasione fiscale cresce e raggiunge la cifra di 247 miliardi di euro (120 di minori imposte riscosse rispetto al dovuto: dati Istat);
8) cresce la rendita finanziaria e fondiaria/immobiliare;
9) la crescita diventa sempre più anemica, la produttività del lavoro ristagna, e lo stesso vale per la domanda interna; la situazione è di fatto di crisi – strisciante o conclamata - per tutto il decennio trascorso (un vero decennio perduto per l’economia italiana).
10) in questo modo è sempre più a rischio anche la tradizionale collocazione dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro: rapporto di subfornitura (rispetto alla Germania) e crescita trainata dal commercio estero.
Sintesi:
La sintesi migliore l’ha offerta Mario Deaglio in un suo articolo dello scorso anno: “sono circa 15 anni che l’Italia si limita a galleggiare e viene lasciata indietro dagli altri paesi avanzati”.[1]
Qualche parola di spiegazione, anche a chiarimento dei punti elencati sopra:
Quest’ultimo dato, che del resto era già stato reso pubblico dal governatore della Banca d’Italia nella sua relazione annuale, offre la chiave migliore per intendere la drammaticità e peculiarità della crisi italiana.
Quindici anni: non è una cifra casuale.
A metà degli anni Novanta, infatti, finiscono le svalutazioni competitive, una delle fondamentali leve della competitività delle imprese italiane sui mercati esteri. La penultima svalutazione della lira (del 30%) è del 1992, l’ultima (del 10%) è del 1995. Poi comincia la marcia di avvicinamento all’euro.
Dal 1999 le svalutazioni sono rese impossibili dalla nascita dell’euro (i rapporti di cambio irrevocabili tra le diverse valute nazionali e l’euro entrarono in vigore il 1° gennaio 1999, anche se sono dal 2002 l’euro le sostituì come moneta fisica). E dal 1999 al 2009 il divario di reddito medio tra l’Italia e gli altri paesi della zona euro triplica: era pari a 1.300 dollari pro capite nel 1999, sarà pari a 3.500 dollari a fine 2009.[2]
E questo, si noti bene, nonostante che tutti, ma proprio tutti, i dettami del pensiero unico neoliberista siano stati seguiti con diligenza da scolaretti modello: privatizzazioni, moderazione salariale, flessibilità (cioè precarizzazione) dei rapporti di lavoro, smantellamento del sistema pensionistico pubblico.
Ma torniamo ai “meravigliosi anni Novanta”: venuta meno la leva competitiva rappresentata dalle svalutazioni periodiche della lira, il padronato spinge l’acceleratore sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale.
Solo così si possono spiegare i dati apparentemente contradditori esibiti dall’economia italiana in questo periodo.
Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7% negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5%, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5%.
Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del pil che come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni 2000.
Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al prodotto interno lordo è crollato del 13% (contro un calo dell’8% nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al 23° posto (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati aderenti all’OCSE, e risultano inferiori del 32% rispetto alla media dell’Europa a quindici. Si può ancora citare un dato riportato in una ricerca della Banca dei Regolamenti Internazionali del 2007: dal 1983 al 2005 i lavoratori hanno perso 8 punti percentuali di reddito, andati in maggiori profitti (che infatti sono saliti nel periodo dal 23% al 31% del totale).[3]
A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati.
Questo è vero in particolare per la miriade di piccole imprese che caratterizzano il panorama industriale italiano. Sono imprese che da decenni ricevono oscuri nomignoli vezzeggiativi (il più noto è quello di “distretti industriali”, assolutamente privo di ogni valore scientifico) e vengono vantate e portate ad esempio nel mondo dai governanti di turno. Addirittura, sino a qualche anno fa, è impazzata la retorica del “piccolo è bello”, che presupponeva che in Italia – e solo in Italia – le economie di scala non rappresentassero un vantaggio competitivo. E in effetti la tendenza ad una dimensione di impresa media sempre maggiore, evidente tra il 1951 e il 1971, con gli anni Settanta si inverte, innescando una tendenza che perdura a tutt’oggi.
Le piccole e medie imprese non sono soltanto piccole: sono sempre più piccole. Se ai censimenti del 1981 e 1991 la dimensione media in termini di addetti delle aziende italiane risultava pari a 4,5, essa nel 2001 è scesa a 3,9 e rimasta stabile nel 2007: 4.
La media Ue a 15 è 6,4. Singoli Paesi: Spagna: 5,3; Francia: 5,8; Regno Unito: 11,1; Germania: 13,3.
Il 95 per cento delle aziende italiane oggi ha meno di 10 dipendenti; anche nell’industria la dimensione media è appena di 6,5 addetti.[4]
Per dirla con Mario Sarcinelli, “la piccola dimensione si è accentuata nella struttura industriale italiana negli anni 90. Tra il ’96 e il ’99 il peso della classe d’imprese composta da 1-2 addetti è aumentato; quella con 100 dipendenti e oltre rappresentava meno di un quarto dell’occupazione nelle industrie e nei servizi”.[5] Lo stesso può dirsi per il primo decennio del XXI secolo.
Volendo esprimere tutto questo in termini paradossali, si potrebbe dire che il nanismo industriale italiano cresce.
Come mai? Perché in Italia il consolidamento industriale capitalisticamente necessario viene evitato grazie al “keynesismo delinquenziale” (Marcello De Cecco), consistente in quel peculiare abbattimento dei costi di produzione rappresentato dall’evasione fiscale e contributiva. Di fatto, imprese che sarebbero fuori mercato se pagassero le tasse dovute, si autoriducono questo fattore di costo e riescono a tirare a campare. In parallelo, i profitti dell’impresa, quando ci sono, sono dirottati sul patrimonio personale e familiare dell’imprenditore.
Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti.
In altri termini si è affermato un modello di competitività miserabile, caratterizzato da bassissimi investimenti in innovazione tecnologica (in particolare di processo).
E questo, ancora una volta, vale non soltanto per le piccole e piccolissime imprese. Basti pensare che gli investimenti delle grandi imprese in immobili tra il 2000 e il marzo 2009 sono aumentati del 104,1%, mentre quelli in macchinari nello stesso periodo sono cresciuti soltanto del 13,4%: e sono quindi risultati, se commisurati all’inflazione del periodo (+21,5%), addirittura negativi. [6]
È il regno del plusvalore assoluto, non più del plusvalore relativo. Un’assurdità per un paese industrialmente avanzato. Anche la crescita dell’occupazione nei primi anni del nuovo secolo porta impresso questo sigillo: è cattiva occupazione, sottopagata e precaria.
All’interno di questo contesto, si ha una complessiva disarticolazione e riarticolazione della classe lavoratrice:
- frammentazione (diritti diversi a parità di mansione)
- creazione di pseudogerarchie interne
- supersfruttamento degli “ultimi” di cui beneficiano anche porzioni della classe lavoratrice (Rosarno docet)
- trionfo della mediazione e creazione di forme fenomeniche illusorie, per cui
* il lavoro salariato si presenta come lavoro autonomo (le partite iva) * la controparte datoriale è mistificata (lavoro interinale)
Questo ci ha posto in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e dell’autentica batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti (c.d. accordo multifibre) ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni.
È su questo spiazzamento competitivo già in atto da tempo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente. E determinando un drammatico salto di qualità.
3. Dopo il 2007: la Crisi
Continuità con la stagnazione degli anni precedenti:
tant’è che l’Italia va in recessione prima degli altri Paesi, già nel 2008.
Ma anche rottura, come dimostrano i dati relativi al 2009,
che segnalano una situazione a dir poco drammatica
(la fonte è la Relazione del governatore della Banca d’Italia relativa al 2009):
1) Pil: -5%
2) Attività industriale: -20% rispetto alla primavera del 2008
3) Reddito pro capite tornato ai livelli di metà anni Novanta
4) Consumi tornati al 1999
5) Produz industriale tornata ai livelli del 1986
6) Acquisti di beni durevoli: -10% in due anni
7) Acquisti di beni non durevoli, e in particolare alimentari e bevande: - 6,4% nel triennio; questa tendenza negativa riguardo a beni non durevoli non ha precedenti nelle serie storiche della contabilità nazionale (iniziate nel 1970)
8) Investimenti fissi lordi nel 2009: -12,9%; anche questo calo è senza precedenti;
9) Calo dell’accumulazione (=inv fissi netti, ossia sottraendo agli inv fissi lordi il deprezzamento dello stock di capitale): -58% nel 2009 (-19,8% nel 2008).
10) Esportazioni di beni e servizi: -19,1% (soli beni: -20,4%).
11) Importazioni di beni e servizi: -14,5% (soli beni: -15,5%)
12) Numero di ore lavorate: il calo maggiore dal 1980 (ma meno intenso del livello dell’attività, quindi con ulteriore caduta della produttività del lavoro, ora al di sotto del livello del 2000)
13) Al netto dei lavoratori in CIG, l’occupazione operaia è diminuita del 15%.
14) A questo va aggiunto il calo dei lavoratori “autonomi” ma che svolgono di fatto lavoro subordinato: -30% rispetto al 2007.
15) Il lavoro inutilizzato (disoccupati che cercano lavoro+scoraggiati+CIG) è al 16,5%. Si tratta di un valore superiore del 50% a quello di D, F, UK, Usa.
16) Valore aggiunto del settore manifatturiero: -15,8% nel 2009.
4. E ora? Il buio oltre la crisi
Quando sentiamo parlare di ripresa, è sempre bene tenere a mente che si tratterà (si tratterebbe) di ripresa rispetto a questi dati.
Ma soprattutto bisogna intendere
che la crisi segnala un punto di rottura irreversibile:
è un modello economico che è fallito.
Il “capitalismo dei piccoli”, semplicemente, non esiste più.
Interi distretti smobilitano.
Migliaia di piccole imprese chiudono.
Si affermano processi di concentrazione (probabilmente tardivi e insufficienti).
È – o dovrebbe essere – evidente che è impossibile continuare così:
pena un impoverimento inaccettabile delle c.d. “classi medie”, e un disastro competitivo.
Ma proprio questo è il tentativo.
È il tentativo di appropriarsi di una fetta sempre più grande di una torta che si va restringendo.
Per raggiungerlo bisogna
- rafforzare la presa sull’informazione (la crisi che non c’è, che è meno grave che negli altri Paesi)
- far pendere la bilancia tra i poteri in direzione dell’esecutivo (“governare così è un inferno”: Berlusconi), e questo sia rispetto al potere legislativo (che di fatto da tempo non è più tale) che rispetto al potere giudiziario
- distruggere i diritti sindacali e più in generale colpire le garanzie democratiche (dall’introduzione della contrattazione di secondo livello alla limitazione del diritto di sciopero)
- attuare una violenta deregulation
- disgregare lo Stato unitario (federalismo)
Su tutti questi terreni le garanzie previste dalla Costituzione rappresentano un ostacolo formidabile e quindi vanno eliminate.
Sono un ostacolo
- tanto da un punto di vista di garanzie invocabili, di diritti esigibili
- quanto (anche solo) da un punto di vista culturale: perché ci parlano di scenario enormemente diversi da quello, ormai deprimente, del pensiero unico neoliberista.
Per questo motivo negli ultimi anni (e ancora di più nei prossimi)
il disastro economico
è andato (e andrà) in parallelo con un attacco alla Costituzione su vari fronti, con particolare riguardo alla rappresentanza e ai diritti sociali (con un vero e proprio rovesciamento del concetto di democrazia progressiva che innerva la Costituzione).
A questo riguardo il punto di approdo ormai ben visibile non è più neppure quello di un regime oligarchico e censitario (questo stadio è stato già raggiunto da tempo), ma quello di un regime sempre più chiaramente bonapartista: bonapartismo mediatico, ma anche direttamente e chiaramente repressivo.
La risposta alla crisi da parte della classe dominante è in effetti:
1) “Come prima, più di prima”:
1. sul piano Costituzionale (la modifica dell’art.41 e seguenti annunciata da Tremonti è solo un tassello); 2. su quello del welfare: la distruzione di quello che ne resta.
(si può eccepire che si tratta di una tendenza a livello europeo:
ed è vero, anche perché la concorrenza tra aree valutarie euro/dollaro si è giocata sulla progressiva eliminazione dei margini ancora utilizzabili - il welfare, appunto - per vincere la competizione globale con gli Usa, che questi margini non li ha da tempo. Ma a ben vedere è proprio la generalizzazione di misure del genere che le rende così pericolose, soprattutto in un momento di domanda estremamente debole su scala europea: la verità è che oggi si possono aprire deflattivi da Anni Trenta.)[7]
2) Di fatto, si perpetuano i meccanismi regressivi che stanno disgregando il nostro Paese, facendolo scivolare verso caratteristiche da economia emergente (con la differenza che lì le differenze sociali stanno diminuendo, mentre da noi aumentano)
Battere tutto questo è necessario da più punti di vista:
ci sono tre cose da fare, tra loro strettamente legate:
1) Resistere
2) Respingere l’attacco al welfare oggi in corso
3) Rilanciare il ruolo dello Stato nell’economia:
1. In termini di redistribuzione del reddito:
A questo riguardo è cruciale il tema della fiscalità. Nella sua concreta configurazione attuale in Italia il fisco è un vero Robin Hood alla rovescia. Non è difficile capirlo, né impostare una grande battaglia su questi temi: una battaglia di equità e di legalità al tempo stesso. Qui gli obiettivi devono essere essenzialmente tre:
i. Lotta contro l’evasione
ii. Riequilibrio delle aliquote (anche utilizzando quanto recuperato dal contrasto all’evasione per potenziare i servizi sociali e diminuire le aliquote su salari e pensioni più bassi)
iii. Progressività delle imposte (in attuazione del dettato costituzionale: si veda l’articolo 53, da sempre disatteso nei fatti).
1. Razionalizzando le prestazioni del welfare.
Cominciando con l’addebitarle a tutti i contribuenti e non soltanto ai lavoratori dipendenti:
ad esempio attuando la separazione tra assistenza e previdenza (in modo che le pensioni del primo tipo, che sono interventi assistenziali, siano a carico della fiscalità generale e non soltanto dell’INPS e quindi non siano pagate con le trattenute operate per le pensioni sulle buste paga dei lavoratori).
1. In termini di intervento economico diretto.
Occorre tornare ad assegnare allo Stato:
i. Non soltanto l’effettuazione di grandi investimenti infrastrutturali,
ii. ma anche una più complessiva funzione di regolazione dell’economia, in direzione di una pianificazione dello sviluppo economico.
Ovviamente, questo significherebbe tornare nei fatti a quel concetto di democrazia progressiva che rappresenta il più innovativo portato della nostra Costituzione. E il cui abbandono in questi ultimi decenni, oltre a peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori, ha concorso in misura non trascurabile al più generale declino dell’economia italiana e alla regressione della vita democratica del Paese.
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REGIONE LAZIO: PEDUZZI-NOBILE (FdS), DOMANI AUTOCONVOCATI PER DENUNCIARE LA PARALISI |
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"Dopo aver atteso “solo” tre mesi per conoscere la giunta (speriamo) definitiva, oggi aspettiamo che la Polverini si decida a far partire i lavori del Consiglio e che vengano istituite le commissioni consiliari”. È quanto affermano in una nota Ivano Peduzzi e Fabio Nobile, capogruppo e consigliere della Federazione della Sinistra alla Regione Lazio.
“La paralisi che blocca l’attività istituzionale del Consiglio regionale – proseguono - non ha giustificazioni e mette in imbarazzo tanti consiglieri che come noi non hanno mai smesso di lavorare sui territori. Tutti i giorni, “fuori dal Palazzo”, noi siamo al fianco di chi lotta per non perdere il lavoro, di chi combatte per il diritto alla casa, di chi chiede di non essere emarginato e di chi difende la sanità pubblica. Vorremmo che la Polverini ci mettesse finalmente nella condizione di lavorare “dentro il Palazzo” per risolvere i problemi di quanti ci stanno chiedendo un aiuto”.
“Domani, mercoledì 23 alle ore 11, parteciperemo all’autoconvocazione organizzata davanti all’ingresso della Pisana, per denunciare insieme ad altri consiglieri regionali questa insopportabile situazione”.
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I giovani della FGCI di Roma incontrano i giovani del PSUV |
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In questi giorni la Federazione Giovanile dei Comunisti Italiani ha avuto il piacere di ospitare a Roma, e in altre città italiane, il dirigente dei giovani del PSUV (Partito Socialista Unitario del Venezuela) Daniel Tellis, che per il partito si occupa, attraverso la Commissione di Formazione, della scuola e dell'università. Daniel, appena atterrato a Roma, è stato pretestuosamente trattenuto dalle forze di polizia di frontiera che l'hanno interrogato sui motivi della visita, su dove avrebbe alloggiato e per conto di chi fosse venuto. Queste due ore nel commissariato di polizia gli hanno consentito di capire sin da subito il clima politico che si respira nel paese, clima politicamente (ma non solo) razzista e autoritario. Nel corso del soggiorno ha avuto la possibilità di notare alcuni aspetti dello stato del Paese. Le cose che lo hanno colpito di più sono state: la noncuranza dello Stato riguardo i meno abbienti, la condizione dei senza fissa dimora e il numero delle persone costrette a mendicare. Gli abbiamo spiegato che tutto ciò in Italia è stato appaltato, per lo più, ai servizi “caritatevoli” della Chiesa Cattolica e pagati dallo Stato e dai contribuenti attraverso fondi come l’otto per mille che spesso non giungono alla destinazione sperata. Lui, invece, ci ha spiegato come gli ammortizzatori sociali diffusi in Venezuela diano la possibilità a tutti di comprare, attraverso una carta data dallo Stato, i generi di primaria necessità. Lo Stato ha, inoltre, obbligato le imprese a pagare un salario minimo garantito e dignitoso a tutti i dipendenti. Lo Stato sociale venezuelano, sotto il controllo dei cittadini, attraverso le assemblee territoriali e il Ministero del Potere Popolare, gestisce tutta la rete di aziende statali che garantiscono, ad esempio, trasporti a basso costo e la formazione gratuita per tutti (comprese le mense, i libri, e la formazione universitaria statale). Tutto ciò è stato regolamentato in questo periodo in cui il governo di Chavez ha fatto approvare la “Ley Organica de Educacion” che stà già da tempo dando i suoi frutti, riducendo sensibilmente la percentuale di analfabeti e, quindi, innalzando il livello di istruzione del paese che ha, quindi, raggiunto il traguardo di alfabetizzazione minima imposta dalle Nazioni Unite per i paesi dell’America Latina. Il Compagno ci ha anche parlato della fase di transizione che sta portando il PSUV al processo unitario dei partiti e delle formazioni politiche progressiste e bolivariane voluto da Chavez. Egli, facendo parte del partito comunista, ci ha potuto spiegare quali sono le contraddizioni all’interno di una società che sta facendo i conti con un lento e progressivo percorso verso il socialismo. Esistono infatti ancora nel paese aziende, scuole ed università private oltre a formazioni politiche riformiste che gestiscono la transizione. Il Compagno ci ha, inoltre, parlato del processo di collaborazione economica e politica che sta portando i vari paesi dell'America Latina verso un progressivo sviluppo economico attraverso un sistema di "Socialismo transcontinentale". Stati come il Venezuela, il Brasile, la Bolivia, L’Ecuador, l'Argentina e Cuba hanno creato enti sovrannazionali con i quali gestiscono i loro rapporti politici ed economici e i quali gli permettono di effettuare scambi commerciali senza usufruire del denaro, ma semplicemente barattando le loro eccellenze. Ad esempio Cuba invia negli altri paesi i suoi efficientissimi medici, che instaurano ovunque un sistema sanitario di prim'ordine che si occupa non solo di cura ma anche, e soprattutto, di prevenzione e formazione di nuovi medici in cambio del petrolio nazionalizzato venezuelano. Noi da parte nostra siamo rimasti sorpresi per la semplicità e la schiettezza con cui il Compagno affronta la politica del suo paese, un paese dove l'autorganizzazione popolare sta scrivendo una nuova e importante pagina della storia del socialismo. E' stato stupefacente per noi sentire con quanto animo e quanta dedizione il rappresentante di un popolo importante e fiero come quello venezuelano si dedichi a fare in modo che tutti possano e, soprattutto, abbiano la voglia di partecipare e di pesare in questa fase storica. Quella che abbiamo respirato grazie alle parole del Compagno è stata una ventata di fiducia nelle lotte che, con un pò di fatica, continuiamo a portare avanti per raggiungere il fine di quel mondo diverso e possibile di cui qualcuno prima di noi ha parlato e che nel Venezuela si sta realizzando... Matteo Gigante Elena Loche "Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti 'in una volta' e simultaneamente, e ciò presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica. Il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti." Questo scriveva Marx nel 1846, nell'Ideologia tedesca, e questo noi cerchiamo di portare avanti ogni giorno. Ed a quest’idea dell'unione dei popoli come unica soluzione per permettere lo sviluppo del comunismo che si lega l’esperienza che noi compagni campani abbiamo portato avanti, grazie all’iniziativa promossa dal compagno Fabio Avolio e dal Prof. Vittorio Mazzone: “Grupo de Solidaridad Mediterraneo-Venezuela”. Con il compagno venezuelano Daniel Tellis, in visita in Campania per quindici giorni, abbiamo incentrato il confronto su due principali temi: le differenze tra l’organizzazione scolastica e universitaria venezuelana e quella italiana, e la cultura popolare venezuelana, il modo in cui il suo popolo si rapporta al marxismo, alla politica, alla quotidianità, e soprattutto il modo in cui la rivoluzione è stata portata avanti attraverso gli anni. La discussione sulla tematica giovanile per eccellenza, l’organizzazione scolastica ed universitaria, si è svolta presso il Circolo di Rifondazione Comunista di Afragola (NA) alla presenza, oltre che di noi compagni della FGCI e dei Giovani Comunisti, dei Giovani Democratici e della giovanile dell’Italia dei Valori. Questo è il verdetto che ci consegna il compagno venezuelano Daniel Tallis: una scuola alternativa? Si può fare. La nostra idea di partecipazione politica sociale e popolare nella scuola coincide perfettamente con l’attuazione del progetto di questi compagni del Venezuela. La loro storia non è semplice, ma la loro forza deve essere un esempio per noi, la scuola non è una trasmissione di contenuti disciplinari che avviene dal professore all’alunno, ma partecipazione, integrazione, unificazione umana e sociale. Il governo rivoluzionario venezuelano si propone di attuare il socialismo, portarlo avanti e compiere la svolta socialista definitiva. Ci stanno riuscendo, l’università e la scuola sono un esempio. Daniel ha parlato di un processo di trasformazione in senso socialista della scuola, in che modo? Compartecipazione, unione e progettualità sono parole inequivocabili che loro hanno saputo trasformare in pratica. L’università si divide in tre modalità: università privata, università pubblica/autonoma (che riceve stanziamenti dallo stato) e infine, la loro università: l’università pubblica/sperimentale. La loro iniziativa, la loro trasformazione, ha fatto sì che più di un milione di ragazzi potessero arrivare alla laurea. Prima, affermava Daniel, poco più di quaranta mila ragazzi arrivavano all’università; ora grazie alle loro lotte sono riusciti ad integrare più di un milione di persone senza avere ingenti stanziamenti, infatti l’università/autonoma riceve cinque volte il loro stanziamento. Una scuola differente è possibile, soprattutto ora, che ci troviamo a parlare di una scuola sempre più organizzata per la trasmissione tradizionale di contenuti disciplinari e che non cerca nuove modalità di ricerca ed innovazione, che non sviluppa un senso critico nei giovani, che non riesce a far entrare nella società i ragazzi che appena finito il liceo o università si trovano in grandissima difficoltà lavorative (come ad esempio accade con i lavoratori precari e sfruttati). Invece in Venezuela i compagni hanno trovato il modo di coniugare lavoro e scuola con iniziative (preparazione sul campo affinché lo studio fatto si possa praticare). Daniel (iscritto alla facoltà di scienze politiche) ci stava raccontando che grazie a questo senso di coadiuvare il lavoro e la scuola, dopo la sua laurea potrà avere un approccio differente con il mercato del lavoro che risponde a regole spietate. Insomma, l’idea che Daniel ci trasmette del suo popolo è un’idea di grande forza, di grande dignità, che, amaramente dico, non trova grande riscontro nel nostro popolo, sebbene la forza di resistere caratterizzi ancora quella parte del paese che non ha ancora perso la capacità di sognare una società diversa. Come ci raccontava, in Venezuela ciò che ha reso possibile la rivoluzione e la trasformazione socialista della società (che non è comunque completa, ed è anzi ancora difficile da sostenere) è stata la coscienza di popolo, l’unità delle forze. Durante il secondo giorno di visita campana, abbiamo portato Daniel in giro per la città di Napoli, mostrandogli i luoghi caratteristici dell’arte e della storia napoletana: il Maschio Angioino, l’Albergo dei Poveri, Palazzo Reale e piazza del Plebiscito, il Lungomare. Passeggiando per le strade di Napoli poi, c’è stato un particolare gesto da parte sua che sento di dover raccontare, e che mi ha immediatamente ricordato le parole del Che: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi qualsiasi ingiustizia commessa contro qualsiasi persona, in qualsiasi parte del mondo.” Camminavamo verso il mare quando un’anziana donna nullatenente ci si è avvicinata chiedendo l’elemosina. E subito lui ha preso gli spiccioli che aveva, le si è avvicinato e l’ha abbracciata, incoraggiandola a farsi forza. Quando ci siamo allontanati non faceva altro che ripetere che “Non basta una moneta.. E’ l’amore ciò che serve”.. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Così come il suo sguardo si è fatto d’un tratto triste a fine giornata, quando ci ha confidato di sentirsi un estraneo nella nostra città, additato e deriso per strada. La sua amarezza è legata all’ancora troppo diffuso odio razziale, che racconta essere forte anche in Venezuela, dove persone di diversa provenienza e diverso colore convivono quotidianamente. Eppure, la grande forza che è riuscito a trasmetterci, e l’amore, il calore che siamo riusciti a dargli, e lo scambio di culture, di idee, di storia, che c’è stato fra persone con un passato così diverso, eppure così simili, ci dà la forza di continuare a sperare, e soprattutto di continuare ad agire e resistere! Maria Monticelli - Responsabile Comunicazione FGCI Napoli Luca Mullanu - Responsabile Scuola FGCI Napol |
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