Slot machines: gli effetti sociali sono nelle periferie.

Durante i mesi della campagna elettorale più volte ci eravamo soffermati sulla condizione delle periferie romane. Tra i vari argomenti sostenuti, c’è la questione della chiusura continua di presidi culturali e sociali nei quartieri di periferia, dove oggi aprono solo nuove sale slot. Oggi un provvedimento della giunta capitolina ha approvato un provvedimento restrittivo sull’apertura di queste sale.
E’una buona notizia, ma rischia di essere del tutto insufficiente.
Il provvedimento intanto riguarda soprattutto il centro storico della città, ma incide poco nelle periferie. Un paradosso se si pensa che è proprio nei quartieri periferici che la piaga del gioco d’azzardo inghiotte migliaia di persone. Il rischio è ridurre la questione a semplice decoro, una politica spesso realizzata a Roma, che ha portato a privilegiare i quartieri centrali a scapito delle periferie. In secondo luogo apprendiamo che i vincoli posti sono meno restrittivi di quelli originariamente proposti dall’ex consigliere che originariamente aveva presentato la mozione. La distanza dai luoghi sensibili (scuole, ospedali…) scende a 500 metri al posto che 1.000.

Ci rendiamo conto che servirebbe una normativa nazionale stringente, mentre i governi chiudono gli occhi su questo fenomeno nella speranza di incassare qualche imposta sul gioco (salvo poi condonarne comunque gran parte, come recentemente accaduto), per rientrare nei vincoli di bilancio.
Comprendiamo che i poteri del comune sono pochi rispetto a quelli che avrebbe un governo nazionale.
Ma provvedimenti come questo sono poco più che atti simbolici, che servono per gli spot ma non creano alcun cambiamento reale nel tessuto sociale della città in favore delle classi popolari.
Prima di tutto per la portata ristrettissima del provvedimento approvato dal comune, che avrà effetti solo in centro, con il paradosso di aumentare la pressione nelle periferie.
In secondo luogo perché in mancanza di una seria politica sociale di sostegno ai lavoratori e alle famiglie, in assenza di progetti culturali, sportivi per i giovani, di lotta al degrado nelle periferie, non si otterrà alcun cambiamento.

Cosa avremmo fatto noi comunisti?

Avremmo innanzitutto da tempo rivisto la delibera 104, evitato che nella città continuino sgomberi e avvisi di sfratto a tante associazioni che svolgono quel lavoro.
Avremmo finanziato adeguatamente dei progetti sociali e di riqualificazione, inserendo in quest’ambito dei provvedimenti molto stringenti sull’apertura di nuove sale.
Avremmo forzato ogni limite legislativo consentito, andando anche più in la se necessario e preparandoci a difendere le istanze dei cittadini in ogni sede, nelle piazze, nelle istituzioni, anche nei tribunali mettendo il peso politico dell’amministrazione a sostegno delle scelte favorevoli alle classi popolari e delle lotte per sostenere quelle scelte.
Avremmo sfidato apertamente quei settori torbidi che spesso sono dietro a queste fonti di guadagno, la criminalità mafiosa, affaristi senza scrupoli con i quali nessun compromesso e nessun patto è possibile.
Avremmo indicato ai cittadini romani delle alternative chiare sui territori, rompendo quella paralisi che da mesi impedisce all’amministrazione comunale qualsiasi decisione di peso, e vede una città continuare a sprofondare a partire dalle sue periferie.

La nostra società ha bisogno di un cambiamento radicale, non di pannicelli caldi. Necessita di rotture strutturali non di provvedimenti spot. Ha bisogno di politiche sociali immediate per sostenere il lavoro, le famiglie, i giovani, non di promesse e progetti a metà.

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