Rispondo al vostro appello pubblicato sul quotidiano “Il Manifesto” assumendo da candidato sindaco comunista a Roma i vostri suggerimenti e il vostro appello come un impegno. Già nel nostro programma avevamo avuto modo di parlare della cultura, come parte fondamentale di un processo di riscatto delle periferie romane e di tutta la città.

Da tempo abbiamo denunciato il rischio di una completa desertificazione culturale di Roma. Da una parte la “città vetrina” in cui è trasformato un centro storico sempre più estraneo ai romani e privato di ogni sua originalità. Dall’altra i nuovi quartieri sorti per favorire la speculazione edilizia dove ogni metro di cemento è strappato all’agro romano. Micro città innalzate a paradigma urbanistico e sociale del consumo capitalistico come unico orizzonte di vita; costruite intorno a enormi centri commerciali che privatizzano anche lo spazio e il tempo del ritrovo collettivo. Nel mezzo una città in consolidamento in cui la crisi economica e i tagli ai settori sociali colpiscono duramente la condizione di vita, in particolare della gioventù.

È nelle periferie che si consuma il disastro sociale e culturale di una generazione che questa società vorrebbe in balìa dell’individualismo, dell’autocommiserazione, dell’assenza di prospettive. Chiudono teatri e cinema aprono sale per slot-machine. I vincoli del patto di stabilità e del piano di rientro del debito si trasformano in tagli per la cultura e le attività sociali sul territorio. La volontà di svendita e privatizzazione del patrimonio pubblico immobiliare rischia di spegnere le ultime forme di partecipazione dei cittadini, di associazionismo che strenuamente hanno resistito in questi anni.

Come comunisti abbiamo inserito nel nostro programma diversi punti per la difesa delle attività culturali nella città e per il loro incremento. Abbiamo rivendicato la necessità di una nuova stagione di rinascita della città, come fu ai tempi della Roma di Argan e Petroselli, delle giunte di sinistra che attraverso la cultura diedero dignità e consapevolezza alle periferie romane e ai cittadini.

Difendere i luoghi della cultura oggi significa sottrarli dall’attacco della speculazione, porli al riparo dalla logica del profitto. Significa destinare risorse specifiche per un piano complessivo che non si riduce a poche azioni simboliche, ma che abbia l’ambizione di divenire sistema. Un piano che può essere realizzato solo valorizzando e sostenendo la partecipazione diretta dei lavoratori della cultura, delle forme spontanee di cittadini che sui territori svolgono ogni giorno la loro azione, valorizzando l’inclusione dei giovani, la loro possibilità di accesso alla cultura senza ostacoli di carattere economico. Non si tratta quindi di operare con la presunzione di “portare la cultura nelle periferie e nella città” come spesso ho sentito dire in questa campagna elettorale, come se la cultura fosse appannaggio di qualche casta e non espressione popolare. Una visione che finisce sempre per dare una giustificazione nobile alla logica dei grandi eventi, e quindi alla riduzione della cultura alla sua funzione puramente economica e mediatica. Si tratta invece di dare forza alle centinaia di esperienze collettive e singole che già oggi sono luoghi e attività di cultura nella città, che meritano sostegno pubblico, che possono e devono essere difese, sostenute, invogliate attraverso l’azione delle istituzioni, evitando così ogni standardizzazione e valorizzando il grande patrimonio della cultura popolare che questa città esprime. Si tratta di dare ai giovani un’alternativa reale nei quartieri a quello che oggi la società consumistica impone.

La liberazione sociale delle classi popolari non può che venire a partire da una presa di coscienza della propria condizione, dalla consapevolezza di non essere ammasso di individui isolati, ma insieme di persone artefici del proprio avvenire. Quanto sta accadendo in questi anni a Roma non è effetto collaterale, o un semplice errore. E’ la condizione voluta da chi domina – e applicata dai partiti che rappresentano quegli interessi – perché la passività è la migliore difesa di un sistema di dominio ingiusto.

Oggi a Roma a noi comunisti spetta il compito non facile di essere l’unica forza politica a sinistra del PD che parteciperà alle elezioni comunali. Compito ancora più difficile se si pensa che la nostra organizzazione è composta in larghissima parte da giovani, al di sotto dei trent’anni. Nonostante questi nostri limiti, che forse sono anche parte della nostra forza, ci impegniamo a mettere la cultura al centro della nostra attività, anche in queste settimane. Anzi, rilancio sul vostro appello, chiamandovi alla partecipazione ad un’assemblea pubblica, giovedì 26 maggio davanti al teatro di Tor Bella Monaca, per discutere insieme di proposte e prospettive per le attività culturali nella nostra città. Spero nella vostra partecipazione, noi ci saremo.

Alessandro Mustillo (Candidato sindaco del Partito Comunista)

 

*Risposta all’appello pubblicato sul quotidiano “Il Manifesto” con primi firmatari Maselli e Rea, che chiedono ai candidati sindaci della sinistra un impegno per la cultura. http://ilmanifesto.info/lettera-aperta-sulla-cultura-ai-candidati-sindaci-della-sinistra/

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1 comment

  1. i sondaggi a torino danno il partito al 3%.
    io non capisco perché alcuni compagni si lasciano prendere dallo scoramento invece di stappare il miglior champagne d’annata.
    bisogna guardare le cose in maniera gramsciana.
    con il pessimismo della ragione- e dato l’attacco culturale e mediatico tutto teso ad eliminare i comunisti dalla scena politica che ha portato per la prima volta i comunisti fuori dall’agone politico e a compimento il progetto reazionario della diaspora comunista era impensabile, anche lavorando al di sopra delle proprie possibilità avere un sindaco.
    con l’ottimismo della volontà – e dato il su citato attacco, l’oscuramento e la diaspora del popolo comunista, il riuscire a riportare i compagni nelle istituzioni (e il 3% garantisce l’accesso) è da considerarsi una vittoria a tutti gli effetti. un punto di svolta da cui invertire la tendenza alla disintegrazione.
    e poi c’è anche la lezione leninista, per la quale seppur non bisogna rifiutare la competizione elettorale è necessario tenere a mente che il parlamento e le istituzioni borghesi non sono il fine del partito comunista, ma solo una tribuna attraverso la quale acuire le contraddizioni in seno alla società capitalista